Il Crocifisso gotico doloroso nella pittura sarda del Cinquecento. Tre inediti nella Fototeca Zeri

di Luigi Agus
Una delle caratteristiche peculiari dell'arte sarda del Cinquecento è l'iconografia del Cristo crocifisso.
Dal 1518 fino al 1570 circa l'iconografia costantemente riprodotta è quella del cosiddetto Crocifisso di Nicodemo (Oristano, chiesa di S. Francesco), una scultura databile tra il XIV e il XV secolo che deriva dal tipo di Crocifisso gotico-doloroso sviluppato nella regione francese del Rossiglione a partire da prototipi di area renana (Sari 1998, p. 14).
 
 
Considerata il simulacro più importante della Sardegna (Arquer 1987, p. 28), l'immagine si diffuse persino fuori dall'isola, come dimostra il «VERO RITRATO DIL CRUCIFIXU DI ORISTAN» del Monasterio de las Descalzas Reales di Madrid (Pasolini 2009, pp. 75-80). Nonostante sia questo il modello costantemente replicato nel corso del secolo, ne esistono diverse varianti. Di queste, tre sono oggi visibili, oltre che in numerosi retabli dell'isola, in altrettante tavole (due in collezione privata e una al Museo di Stoccarda) censite nella Fototeca Zeri.
 
La prima variante è quella del Retablo di Villamar, firmato da Pietro Cavaro e datato 25 maggio 1518. 
Il Cristo, inchiodato alla croce con capo reclinato verso destra, è raffigurato su uno sfondo stellato con diversi personaggi. Peculiari di questa raffigurazione sono le gambe fortemente genuflesse, il ventre contratto, la croce latina con traversa molto alta e cartiglio rigido, e, soprattutto, il perizoma posto sopra entrambe le ginocchia con l'annodatura sul fianco sinistro. Si tratta di caratteristiche che rinviano non al Cristo oristanese quanto piuttosto a quello conservato nella chiesa di S. Lucia a Ozieri (SS), proveniente forse dall'antica cattedrale di Bisarcio (SS) e poi appartenuto alla confraternita dei Disciplinati dalla fine del XVI secolo (Paris 1991, pp. 8-10).
 
 
A questa tipologia, la più arcaica delle tre varianti, fa riferimento una tavola inedita (cm 47 x 70) la cui fotografia è nell'archivio Zeri. Il dipinto, un tempo presso una collezione privata veneta, passato due volte sul mercato antiquario (prima a Torino, poi in Germania, con l'attribuzione ad anonimo tedesco), è assegnato da Zeri a un anonimo sardo del XVI secolo, seguace di Pietro e Michele Cavaro.
La tavola presenta un crocifisso simile a quello di Villamar stagliato su un paesaggio nuvoloso, con la Vergine svenuta sorretta da san Giovanni, santa Maria Maddalena che abbraccia la croce sulla sinistra e san Girolamo penitente a destra. L'ingenuità espressiva induce a pensare che l'autore del dipinto sia un artista minore, attivo entro gli anni Venti del secolo nel panorama della cosiddetta «Scuola di Stampace» (dal quartiere cagliaritano dove operavano numerosi artisti tra cui anche Pietro Cavaro), molto probabilmente lo stesso che realizzò il Retablo della Pentecoste di Tuili (CA), datato 1534.
Un'altra raffigurazione analoga al Retablo di Villamar è quella presente in un disegno della Galleria degli Uffizi (dis. S54), già dato ad anonimo del XV secolo, che Andreina Griseri attribuì a Pedro de Campaña (1959, p. 39, tav. 9b). Probabilmente proveniente dalla Sardegna, l'artista non può essere identificato, come avevo suggerito, con Giovanni del Giglio (Agus 2006, p. 38), quanto piuttosto con un anonimo cagliaritano, forse lo stesso Pietro Cavaro.
 
 
Alle stesse date, nel nord dell'isola si sviluppa un altro tipo iconografico di Cristo «gotico doloroso» del tutto peculiare, che rivede la formula dell'originale oristanese in chiave manierista.
Il prototipo di tale variante è rappresentato dalla Crocifissione di Cristo vista da Hermann Voss presso un antiquario di Wiesbaden (Voss 1930, pp. 271-272) e oggi alla Staatgalerie di Stoccarda, databile ai primi anni Trenta del secolo. La tavola, che si riteneva perduta, è stata da me rintracciata e pubblicata grazie a una foto della Fototeca Zeri (Agus 2009a, pp. 104-107).
 
 
Cristo è caratterizzato da un ventre liscio, dai volumi quasi sferiformi del torace, braccia magre e allungate, gambe fortemente genuflesse, perizoma annodato in vita che copre la parte alta del ginocchio destro e tutto il sinistro, fino ad avvolgere il polpaccio. Distintiva di questa variante è la croce, caratterizzata da una cromia uniforme e spigoli a quarantacinque gradi. Anche se la Crocifissione di Cristo oggi a Stoccarda non è databile con precisione, altre, da essa derivate, furono realizzate tra il 1534 circa e il 1577. Tra queste le più antiche sono la Crocifissione di Cannero (VA), proveniente dal Retablo della Deposizione di S. Croce a Sassari (1534-43) (Agus 2009b, p. 213), quella del Retablo della Madonna di Loreto di Ozieri (SS) (1528-49) (Agus 2006, p. 26) e quella del Retablo di san Marco a Berchidda (OT) derivato da quello minore di Ardara (SS) (ante 1543) (Agus 2006, p. 51). Più tarde sono la Crocifissione del Retablo di sant'Elena a Benetutti (SS) (1539-49) (Agus 2006, p. 23), quella del Retablo di Nostra Signora di Coros a Tula (SS) (1577) (Paris 1991, pp. 22-28) e quella del Monastero di Pedralbes a Barcellona (Pasolini 2007).
 
Fu probabilmente alla fine degli anni Trenta del XVI secolo che, dall'incontro tra i due sviluppi autonomi e paralleli che si erano delineati a Stampace (tipi di Villamar e Bonaria) e a Sassari (tipo di Stoccarda), ebbe origine una terza variante largamente diffusa nell'isola.
La nuova tipologia, con qualche modifica, si mantenne fino alla fine degli anni Settanta. Apparve a Cagliari nel Retablo dei Consiglieri (Cagliari, Palazzo Comunale), il cui Crocifisso deriva da quelli di Stoccarda e Cannero. Il retablo del municipio cagliaritano fu iniziato, forse dopo il 1535, da Pietro Cavaro, cui va ascritta la predella (Siddi 1992, p. 96), e completato da un secondo pittore, lo stesso che realizzò parte del Retablo dei Beneficiati di poco posteriore (Cagliari, Museo Diocesano).
 
 
Per la prima volta nel sud dell'isola appare la croce liscia e monocroma con i bordi sfilati a quarantacinque gradi, tipologia che poi ritroviamo nel Retablo dei Beneficiati, dove, non a caso, la figura del Cristo è posta su un fondo monocromo scuro, come nel caso di Stoccarda.
Nel Retablo dei Benificiati, capolavoro della pittura sarda del Cinquecento, si codificò inoltre un nuovo tipo di cartiglio scritto su tre righe che ritroviamo anche nella Crocifissione di Cristo del Retablo di Sorres, in collezione privata cagliaritana (1543-49) (Agus 2006, pp. 51, 62), e nel Cristo crocifisso del Museo Sanna a Sassari.
Tale nuova variante di Cristo crocifisso, introdotta a Cagliari, si diffuse in tutta l'isola, come documentano la Crocifissione del Retablo del Transito della Vergine di Gergei (CA), quella di Furtei (CA), entrambe assegnate ad Antioco Mainas, e quella del Retablo di sant'Antonio Abate a Maracalagonis (CA), uscito dalla bottega di Michele Cavaro (1567). Una Crocifissione di Cristo assai simile alle precedenti (cm 177 x 261), apparsa sul mercato antiquario londinese nel 1991, forse realizzata nella bottega di Mainas, è nota grazie a una fotografia dell'archivio di Zeri e si avvicina ad un'altra acquistata dall'antiquario Dante Crobu nel 2004 (Vanali 2004).
 
 
Le fotografie conservate nell'archivio Zeri contribuiscono dunque a documentare la fortuna dell'iconografia del Crocifisso di Nicodemo nelle sue varianti. La rappresentazione di questo modello, introdotta da Pietro Cavaro nel 1518, costituisce l'ultimo significativo cambiamento dell'iconografia del Crocifisso in Sardegna dalla fine del Quattrocento, dopo le attestazioni del tipo gotico, contorto e sfilato, che troviamo nel Retablo di Juan Bercelo (Cagliari, Pinacoteca), puntualmente ripreso dal Maestro del Presepio, e quelle del modello accademico, di tipo antonellesco, esemplificato dai retabli di Castelsardo (SS), Tallà (Corsica) e Tuili (CA), (probabilmente mutuato dall'esperienza ligure di Ludovico Brea, Vincenzo Foppa e Donato de' Bardi, cfr. Nieddu 2002). La codificazione definitiva dell'iconografia del Crocifisso si avrà intorno agli anni Quaranta del Cinquecento grazie soprattutto al contributo dei pittori di Sassari che influenzarono anche la scuola stampacina, in particolare l'opera tarda di Mainas (post 1540) e quella di Michele Cavaro.
 
 
Bibliografia
 
Voss 1930
Hermann Voss, A problem of Sardinian Painting, «The Burlington Magazine», LVI, 1930, pp. 271-272 
 
Griseri 1959
Andreina Griseri, Nuove schede di Manierismo iberico, «Paragone», 113, 1959, pp. 33-43
 
Arquer 1987
Sigismondo Arquer, Sardiniae brevis historia ed descriptio, Passione, a cura di C. Thermes, Cagliari 1987
 
Paris 1991
Wally Paris, Il Crocifisso gotico doloroso di Ozieri, Muros 1991
 
Siddi 1992
Lucia Siddi, La pittura del Cinquecento, in La società sarda in età spagnola, a cura di F. Manconi, Cagliari 1992, vol. I, pp. 90-109
 
Sari 1998
Aldo Sari, Il Crocifisso gotico doloroso, in Crocifissi dolorosi, a cura di G. Zanzu, Cagliari, pp. 9-16
 
Nieddu 2002
Luisa Nieddu, Il Maestro di Castelsardo: contatti con la cultura figurativa del ponente ligure, «Bollettino Telematico dell'Arte», 306, 2002
 
Vanali 2004
Roberta Vanali, La tavola ritrovata di Antioco Mainas, «Blogarte», 26 novembre 2004
 
Agus 2006
Luigi Agus, Giovanni del Giglio. Pittura e cultura a Sassari nella prima metà del XVI secolo, Cagliari 2006
 
Pasolini 2007
Alessandra Pasolini, Alcune riflessioni sul rapporto tra la pittura e la scultura nella Sardegna del Cinquecento sulla base di recenti rinvenimenti documentari, in Ricerca e confronti 2006. Giornate di studio di archeologia e storia dell'arte, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, A. Pasolini, Cagliari 2007, pp. 409-423
 
Agus 2009a
Luigi Agus, La Crocifissione di Wiesbaden, «Almanacco Gallurese», 17, 2009, pp. 104-107
 
Agus 2009b
Luigi Agus, Rinascimento in Sardegna. Saggi di storia, arte e letteratura, Cagliari 2009
 
Pasolini 2009
Alessandra Pasolini, Il “vero ritratto” del Crocifisso di Oristano a las Descalzas Reales di Madrid, «Kronos», 13, 2009, pp. 75-80