Sulle tracce di un misterioso pittore "veneto-nordico" nella Fototeca Zeri

di Paolo Ervas
Nella Fototeca Zeri è testimoniato un pittore misconosciuto di cui, nonostante il modesto livello qualitativo, mi è parso utile raccogliere un corpus di opere in uno studio pubblicato sul numero 22 della rivista «Studi di Storia dell'Arte», a cui si rimanda per una più estesa ricostruzione del catalogo (Ervas 2011).
La classificazione di un primo nucleo di dipinti di tale autore nella fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze si deve già ad Anchise Tempestini, che li ha raccolti sotto il nome di Giovanni Galizzi (attivo dal 1543-1565). La proposta identificativa, giustificata dalle affinità riscontrabili con la produzione dei Santacroce, resta comunque ancora nel campo delle ipotesi, da valutare alla luce della diversa ricostruzione di quell'artista svolta in chiave tintorettesca da Robert Echols (1995).
Il nostro pittore, ancora misterioso quindi, mostra uno stile che, in pieno Cinquecento, si attarda su composizioni di matrice belliniana in maniera analoga, anche se meno esplicita, a quanto fanno Francesco Rizzo o Girolamo da Santacroce. A differenza di questi artisti egli mostra però una componente spiccatamente nordica, sia nella tipologia 'caricata' dei volti, sia nell'elemento paesaggistico.
Le formule compositive approntante per i dipinti destinati alla devozione privata si ripetono con poche varianti, secondo disposizioni frontali o di profilo dove le figure si accalcano sul primo piano, indice di un disagio dell'artista nella gestione di uno spazio articolato. Lo conferma la scelta quasi sistematica di creare uno stacco netto tra primo piano e sfondo, nel quale il paesaggio è reso a volte in termini minimali grazie all'uso di tendaggi, elementi architettonici o quinte arboree, secondo una soluzione ricorrente nella pittura veneta ma da lui utilizzata, nella maggior parte dei casi, in maniera eccessivamente schematica. Tali caratteristiche si osservano molto bene, ad esempio, nella Madonna con Bambino e san Giovannino e nella Natività di Gesù entrambe di ubicazione ignota.
 
Il primo di questi due dipinti è catalogato nella fototeca come «Maestro veneto dell'Incredulità di san Tommaso», alias Luca Antonio Busati, con il quale mostra chiare tangenze nel trattamento dei panneggi e in una certa stilizzazione dei volti.
Nel secondo, attribuito a scuola bresciana del XVI secolo, la tendenza a schiacciare la composizione sul primo piano risulta funzionale alla resa di una certa intimità del gruppo sacro intorno alla figura del Bambino. La luce che filtra alle loro spalle dall'apertura che inquadra il paesaggio con l'annuncio ai pastori contribuisce ad accentuare tale aspetto pur nell'approssimazione esecutiva.
 
 
Come mi fa gentilmente notare Anchise Tempestini è riscontrabile in quest'opera un altro riferimento a Luca Antonio Busati nella tipologia del giaciglio rustico del Bambino, che ritroviamo in un dipinto di analogo soggetto ma diversa impaginazione. Si tratta di una Natività di Gesù con san Giovannino, classificata come opera di anonimo pittore veronese, in cui l'assoluta mancanza di interesse per la dimensione spaziale emerge nonostante si tratti di uno dei rari dipinti dell'artista di maggior respiro compositivo. La rovina architettonica di evidente gusto nordico si arrampica verso il cielo in modo del tutto improbabile.
 
 
Tangenze con un artista veneto di matrice nordica quale Jacopo de' Barbari mi sembrano riscontrabili in un Matrimonio mistico di santa Caterina d'Alessandria, già passato sul mercato antiquario inglese con il nome di Vincenzo Catena (Sotheby's, Londra, 10 luglio 1963, lotto n. 122), che Zeri colloca tra le opere dubitativamente attribuite a Palma il Vecchio.
Il dipinto mostra una qualità maggiore rispetto al quadro, di analogo soggetto, conservato nella Pinacoteca comunale di Faenza e attribuito ad anonimo artista veneto del XVI secolo, ma con la significativa notazione di «artista provinciale influenzato dai modi di F. Rizzo da Santacroce» (Casadei 1991, p. 69. cat. 139; scheda n. 41299).
 
 
Tutte sul primo piano sono sviluppate anche le due versioni del Commiato di Cristo dalla Madonna una già presso il Museo dell'Accademia di Vienna, rientrata in Italia dopo la conclusione della Grande Guerra e che non sono stato in grado di rintracciare, e una versione più debole di ubicazione ignota testimoniata, sfortunatamente da una pessima fotografia, anche nella fototeca Zeri e rubricata tra gli anonimi artisti veneti del XVI secolo (scheda n. 41147). Qui la connotazione nordicizzante contribuisce alla maggiore intonazione patetica nella resa del soggetto.
Questa componente nordica potrebbe trovare comprensibile collocazione nel clima religioso che segue la riforma luterana, soprattutto in contesti di devozionalità meno culturalmente filtrati. In quest'ottica sembra si possa meglio spiegare la soluzione scopertamente arcaica di un dipinto come il Matrimonio mistico di santa Caterina da Siena tra san Girolamo e un altro santo della Gemäldegalerie di Berlino (inv. 1268), in cui la figura della santa monaca appare di dimensioni più piccole.
 
 
Non possiamo certo dire di essere di fronte a un artista deliberatamente anacronista per far prevalere una scelta stilistica forte, ma ad un autore che interpreta a suo modo le esigenze di una committenza di più semplice e devota religiosità.
 
 
Bibliografia
 
Casadei 1991
Sauro Casadei, Pinacoteca di Faenza, Bologna 1991
 
Echols 1995
Robert Echols, Giovanni Galizzi and the Problem of the Young Tintoretto, «Artibus et Historiae», XVI, 1995, 31, pp. 69-110
 
Ervas 2011
Paolo Ervas, Un misterioso pittore “veneto-nordico”, «Studi di Storia dell'Arte», XXII, 2011, pp. 91-96