Le Sfingi Torlonia di Federico Zeri

di Alberta Campitelli
«Le sfingi battono le ali, fremendo di emozione in attesa di spiccare il volo per Damasco». Così scrive Federico Zeri sul retro di una cartolina indirizzata ad Anna Ottani Cavina nel 1988, a testimonianza dello stretto legame esistente fra lo storico dell'arte, la sua abitazione e le sculture che ne decoravano la facciata sul giardino, divenute nel tempo emblema di questo luogo.
Il contributo ricostruisce la commissione e le vicende collezionistiche di queste statue.
 
 
Nel 1797 Giovanni Torlonia (1754-1829), protagonista di una vertiginosa e rapida ascesa economica e sociale che lo aveva inserito nella nobiltà romana, acquista una modesta tenuta agricola, situata un miglio circa fuori Porta Pia. Dal 1802 l'architetto Giuseppe Valadier (1762-1839) è incaricato di trasformarla in una raffinata residenza adeguata al nuovo status della famiglia. Valadier si occupa del Casino nobile, del Casino dei Principi e delle Scuderie, conferendo agli edifici un aspetto rigoroso ed elegante, secondo le idee progettuali evidenziate in alcuni schizzi autografi (Campitelli 1997, pp. 11-26). Tra i documenti che ci sono pervenuti risulta un suo intervento anche negli arredi del parco e negli ingressi alla villa.
Per l'ingresso monumentale su via Nomentana Valadier elegge a protagoniste della decorazione sfingi alate in travertino. Di queste sfingi quattro, in parte mutile nelle ali, sono ancora a villa Torlonia: rinvenute nei pressi del Casino dei Principi all'epoca dell'esproprio della villa da parte dello Stato (1977), dopo il restauro sono state ricollocate appaiate ai due ingressi dell'edificio. Altre quattro sono invece state donate dalla famiglia Torlonia a Federico Zeri, che le fece collocare dall'architetto Andrea Busiri Vici ai lati dell'ingresso al giardino della villa di Mentana.
 
   
 
L'ideazione delle sfingi è da attribuirsi a Valadier: da un documento conservato nell'archivio Torlonia risulta che nel gennaio 1828 lo scultore Clemente Massimi sottoscriveva il seguente impegno: «Don Alessandro Torlonia essendosi compiaciuto di incaricarmi dell'intaglio e scultura in travertino di tre sfingi per uso e decorazione della Villa fuori Porta Pia a forma dei modelli eseguiti, io sottoscritto mi obbligo di fare i lavori suddetti a stile di perfetta arte pel prezzo di scudi 200 in tutto, che mi verrà pagato dopo che il Sig. Architetto Valadier avrà approvato i lavori». Un impegno analogo per «altre tre simili sfingi» e per lo stesso ammontare, veniva nello stesso mese ed anno sottoscritto da Girolamo Santorio (Campitelli 2002, pp. 78-80). La destinazione delle sfingi risulta da due documenti grafici, un'incisione di Giovan Battista Cipriani del 1835 ed una seconda incisione, non firmata, pubblicata sulla rivista «L'Album» del 1842 (IX, n. 9).
 
 
Entrambe mostrano l'ingresso monumentale della villa, situato all'inizio del muro di cinta lungo via Nomentana e non lontano da via Spallanzani, non in asse con il Casino nobile ma con una prospettiva sul lato ovest. L'ingresso, non più esistente perché demolito per consentire, intorno al 1910, l'ampliamento di via Nomentana, conferiva alla villa una notevole monumentalità, con un'articolazione studiata e complessa. Era composto da due alti pilastri laterali a bugnato liscio, ognuno coronato da una coppia di sfingi, mentre al centro, arretrato rispetto al muro di cinta, si trovava un corpo più ampio, anch'esso a bugnato liscio, sormontato da altre due sfingi affiancate ad uno stemma colossale della famiglia. Tra i tre corpi erano poste due cancellate.
L'uso delle sfingi come supporto a uno stemma nobiliare, come in questo caso, non è riconducibile ad alcuna tradizione tipologica; va quindi attribuito a un libero accostamento ideato da Valadier. La tipologia adottata per le sfingi è quella dell'animale seduto sulle zampe posteriori, eretto su quelle anteriori, dotato di ali e con volto femminile, che trova numerosi antecedenti anche nel mondo antico, come nella sfinge dei Nassi a Delfi. La valenza funeraria cui le sfingi erano in origine associate nell'arte egizia e nel mondo greco romano era stata presto affiancata da una puramente decorativa, secondo una tradizione ampiamente diffusa in età imperiale, quando la sfinge alata era spesso usata quale sostegno per tavoli o mobili. Proprio a questo uso si richiama Valadier, accostando le sfingi al grande stemma in travertino di stampo quattrocentesco. Il volto femminile delle sfingi, con la capigliatura divisa al centro in due bande e un ampio nodo sulla sommità, ricorda vagamente la tipologia adottata in antico per l'Apollo tipo Ariadne, benché la posizione del nodo sia diversa.
Tutti i documenti concordano sulla presenza di sei sfingi. I pagamenti si riferiscono a tre sculture realizzate da Clemente Massimi e a tre di Girolamo Sartorio; le due incisioni citate mostrano ugualmente sei sfingi, due sul pilone centrale a fianco dello stemma e due su ciascuno dei piloni laterali. Tuttavia le sfingi a noi pervenute sono otto, quattro ancora a villa Torlonia e quattro nella collezione Zeri. Le statue dei due gruppi risultano in modo evidente eseguite da mano diversa - più raffinate quelle della collezione Zeri - e confermano la divisione del lavoro tra due scultori.
Il problema resta l'esecuzione delle altre due. Una possibile risposta alla domanda su quando siano state realizzate è offerta dal progetto di Enrico Gennari per il nuovo ingresso, resosi necessario dopo l'ampliamento di via Nomentana.
 
 
Il progetto, presentato all'Ispettorato Edilizio del Comune di Roma nel 1907, prevedeva, sulla sommità di due propilei, proprio delle sfingi alate, quattro per ciascun propileo, mentre sui piloni centrali figurano due stemmi di famiglia. Si tratta, in tutta evidenza, della proposta di riutilizzo degli elementi decorativi dell'ingresso ottocentesco da smantellare. Per motivi di simmetria le sfingi dovevano essere otto, quindi si può supporre che altre due, del tutto simili a quelle ottocentesche, siano state eseguite appositamente. Di fatto l'ingresso effettivamente realizzato risulta diverso, in quanto sulla sommità dei propilei, in luogo delle sfingi, troppo pesanti e fuori scala, furono posti dei grifoncini in travertino. Anche i due stemmi non furono mai collocati sui due piloni centrali, probabilmente per le stesse motivazioni, e sostituiti da due globi in vetro e ghisa. Non sono pervenute notizie su quale sia stato l'utilizzo delle sfingi dal 1910, quando l'ingresso su cui erano poste fu smantellato, al 1978, quando la villa fu aperta al pubblico e le quattro ancora in situ vennero rinvenute nei pressi del Casino dei Principi, prive di ali.
Fu il professor Zeri a indicarmi, nel corso di una visita alla villa sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, il luogo del parco dove, sotto un cumulo di terra e foglie, si trovavano le ali delle sfingi. Un intervento di restauro ha permesso la loro ricomposizione e collocazione ai lati dei due ingressi del Casino dei Principi.
Le altre quattro, donate a Federico Zeri presumibilmente subito prima del passaggio della villa al Comune di Roma, sono state conservate in condizioni ottimali senza subire menomazioni e, dopo essere state a lungo collocate all'ingresso della villa di Mentana, sono oggi in comodato d'uso nella villa Lontana sulla via Cassia, proprietà della famiglia Santarelli (Campitelli 2012).
 
 
 
Bibliografia
 
Campitelli 1997
Alberta Campitelli (a cura di), Villa Torlonia. L'ultima impresa del mecenatismo romano, Roma 1997
 
Campitelli 2002
Alberta Campitelli (a cura di), Il Museo del Casino dei Principi, Roma 2002
 
Campitelli 2012
Alberta Campitelli, scheda I.1 (Clemente Massimi e Girolamo Sartorio, Sfingi alate), in Sculture dalle collezioni Santarelli e Zeri, a cura di A.G. De Marchi, catalogo della mostra (Roma), Ginevra - Milano 2012, p. 122