di Nino Criscenti

Duecento volte ricorre il nome di Federico Zeri (1921-1998) nel catalogo televisivo di Rai Teche. Per un centinaio è in notizie o interviste di telegiornali, e non è molto. Per un altro centinaio di volte, però, in quel catalogo il suo nome ci sta da protagonista, in programmi anche di prima serata, in tutte e tre le reti generaliste della Rai, in un breve arco di tempo, una dozzina d’anni. E questo è più un numero da organico che da ospite della tv. Zeri non è stato né l’uno né l’altro, ma questo lo vedremo più avanti. Adesso stiamo ai numeri. Per avere la misura del fenomeno.

L’esordio il 5 dicembre 1974, nel programma di Anna Zanoli In difesa di su Rai 2; l’epilogo il 20 dicembre 1997, su Rai 2 nel reportage Non solo AssisiApre e chiude andando sul posto: la prima volta tra gli “ignobili cumuli di rifiuti” sulla via Appia, l’ultima sulle “tragiche macerie” dell’Umbria e delle Marche. In mezzo il centinaio di programmi in cui si trova di tutto.

Sette anni dopo l’esordio, ricompare in tv il 22 maggio 1981, in prima serata, sul settimanale del Tg1 Tam Tam, intervistato da Luciano De Crescenzo in un servizio (regia di Ferruccio Castronuovo) sul progetto di chiusura della via dei Fori imperiali per creare un parco archeologico. Lo si rivede il 10 settembre 1984, ancora in prima serata, nello Speciale Tg1 di Alberto La Volpe sui falsi Modigliani della burla di Livorno.

Dopo queste apparizioni, arrivano le serie: tra il 1988 e l’89 è per una decina di volte a Mixer di Giovanni Minoli su Rai 2, fra il Trono Ludovisi come falso e sé stesso come conoscitore di quadri; tra il 1988 e il ’91 quindici volte su Rai 1, con Franco Simongini A tu per tu con l’opera d’arte, tra Beccafumi e Caillebotte, Piermatteo d’Amelia e i fratelli Salimbeni; nel 1990 e nel 1994 in prima serata nella Sistina del Michelangelo restaurato, per la Volta con Corrado Augias su Rai 3, per il Giudizio con Piero Badaloni su Rai 1; nel 1993 è su Rai 3, la domenica pomeriggio in Girone all’italiana di Andrea Barbato (e in replica su Bellitalia del Tg3), con quindici storie, girate da Piero Farina, di degrado, incuria, abbandono, raccontate sul posto, da Dolceacqua alle ville vesuviane; nel giugno del ‘93 è con Fernando Ferrigno a Firenze in uno Speciale del Tg3 tra le rovine delle bombe mafiose, agli Uffizi, alla Torre dei Pulci; nel 1995 per quindici volte è, ancora su Rai 3, con il programma, a cura di Nella Cirinnà, del DSE (Dipartimento Scuola Educazione), Monumenti terminali: Intervallo tragico, una serie di dure diagnosi, da Noto a Venezia; sempre nel ’95 è in seconda serata su Rai 1, con Marco Varvello nel Cenacolo di Leonardo; nel 1996 è in tre seconde serate su Rai 1 con le quattordici storie di Arte negata; nel 1997 è dieci volte in seconda serata su Rai 2 nella serie A come Arte con altri racconti di denuncia, tra edifici storici fatiscenti e mosaici nascosti.

Questo è lo Zeri storico dell’arte, lo Zeri che in televisione porta la ‘sua’ storia dell’arte, quella delle periferie culturali, dei centri minori, del rinascimento eccentrico. E le sue passioni: l’arte della fine del mondo antico, “il continente inabissato” di Filippo Rusuti e Pietro Cavallini, il “meraviglioso paesaggio tipicamente anticlassico” dell’Annunciazione di Beccafumi a Sarteano, i quadri di Rosso Fiorentino “al vertice dell’arte italiana”. E le sue antipatie, dichiarate a Simongini su Rai 1: “Ci sono artisti che mi danno enorme fastidio, uno di questi è Sandro Botticelli. Posso dirle che Signorelli mi è molto antipatico e che Tiziano non mi è molto simpatico dopo il 1530? Posso dirlo? Non mi rimprovera?”.

Non fa divulgazione, tutt’altro, se ne tiene lontano. Discorre, narra, lancia immagini. E parla di sé, si svela. “La cosa che più mi emoziona è questo cielo crepuscolare”, dice a Pinin Brambilla Barcilon davanti al Cenacolo di Leonardo (Anteprima Leonardo, 1995). E, sottovoce, quando entra nella Sistina a vedere il Giudizio appena restaurato: “Sono emozionato, vedo qualcosa che non mi aspettavo, il colore azzurro che è il colore di Dio”.

Così come non si vela, non pensa proprio a censurarsi. Non esita a smentire in prima serata su Rai 1 gli autorevoli esperti che avevano accreditato tre teste di pietra che stavano per essere esposte a Livorno come opere di Modigliani: “Ma non si accorgono che sono delle cose piatte, brutte, dei paracarri incisi?”. E lo dice nella trasmissione che sancisce la burla. Ad Angelo Campanella che gli chiede come se ne sia accorto, risponde: “Ero pronto ad andare a Livorno, ma mi sono bastate delle buone fotografie. Mi fido del mio occhio e della primissima impressione che ricevo dal mio occhio”. 

E c’è un altro Zeri storico dell’arte nelle teche Rai, quello dell’art. 9 della Costituzione, lo Zeri della tutela, “obbligo etico e morale della Nazione”, così la considerava. È soprattutto per questo che Zeri è andato in televisione, per far conoscere quanto fosse ignorato l’imperativo costituzionale della “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione”. E lo fa non solo a parole, ma facendo vedere, toccando con mano: le epigrafi vandalizzate e le case abusive che “sono andate sfigurando il bellissimo paesaggio” e rischiano di fare della via Appia “una strada di periferia”; la lattina di Coca Cola cavata da un calco sfregiato di uno dei marmi del Partenone all’Accademia di Brera; l’Annunciazione di Francesco Mochi e le gigantesche statue barocche dei dodici apostoli del Duomo di Orvieto rinchiuse da anni in “oscene gabbie”di legno; i brandelli delle tele investite dall’esplosione delle bombe mafiose alla Galleria degli Uffizi; le pinacoteche chiuse per restauri interminabili, eterni; le statue “mutilate orrendamente” nelle ville e nei parchi; i paesaggi devastati (in Arte Negata).
E c’è in quelle teche il suo aggirarsi sulle strade del terremoto a ricercare le chiese, i palazzi, le pietre, gli stucchi, gli affreschi, i quadri dei suoi studi, da Nocera Umbra a Fabriano, da Camerino a Sellano.

Gli scriverà Adriano Sofri: “Caro Federico Zeri, ho visto domenica sera con gli occhi lucidi, su Rai 2 il suo viaggio attraverso i capolavori e i calcinacci dell'Umbria e delle Marche. Per la prima volta ho avuto idea di che guasto è successo alle cose belle, oltre che alle persone e alle loro case … e vederla trascinare un passo provvisoriamente ferito dentro quei luoghi attraversati da crepe e voragini, ispirava un gran rispetto”.

Entrava nella chiesa di San Nicolò a Fabriano e si fermava, “desolato”, davanti al Guercino ancora lì, dopo settimane dal sisma, tra i detriti, sotto una volta pericolante. A Camerino, davanti alla facciata di Santa Maria in Via, invocava la messa in sicurezza dei due Valentin de Boulogne lasciati dentro quella chiesa tenuta in piedi da una miriade di tubi. Trasmetteva così, attraverso la televisione del servizio pubblico, la sua indignazione per il silenzio di fronte a quella che sentiva come una grande questione nazionale: la tutela del patrimonio, della memoria storica.

Non fu, la sua, solo una vox clamantis in deserto. La mattina dopo la trasmissione i due Valentin vennero messi al sicuro. E una volta gli riuscì pure di portare una “buona novella”, usò proprio queste parole, “non per denunciare rovine, ma per annunciare la fine di una grande rovina”: la Venaria Reale. A luglio del ’96 la rovina nell’Arte negata su Rai Uno, a gennaio del ’97 l’annuncio del restauro in A come arte su Rai Due.

Era tutt’altro che distruttivo quello che arrivava in televisione dalla sua voce, era monito, era esortazione a una tensione pubblica sulla tutela. A Zeri è stata affibbiata l’etichetta di uomo contro, di anti-italiano. A torto. La sua è stata invece “una voce potente e acuta di cui oggi sentiamo la mancanza”, ha detto Salvatore Settis, restituendo a Zeri la vera natura della sua indignazione: “Era in quelle desolate e aspre filippiche che si manifestava il suo immenso amore per l’Italia, il nostro patrimonio, le nostre tradizioni: ogni denuncia, ogni condanna metteva sì alla berlina i colpevoli del momento, ma per additare con lucidità, per contrasto, quello che ‘invece’ si sarebbe dovuto e potuto fare”.

Non c’è solo lo storico dell’arte nelle teche Rai, c’è anche lo Zeri privato. Che nel 1987 apre alle telecamere di Rai 1 la sua villa di Mentana, e mostra quadri, sculture, epigrafi, libri, il giardino e l’orto, in un Viaggio intorno alla mia casa di Franco Simongini.
Due anni dopo, la villa di Mentana diventa il set per Una vita con tanti Zeri, una sorta di autoritratto in dialogo con Ludovica Ripa di Meana, in cui si ricorda infante col primo libro d’arte regalatogli per la Befana, adolescente in vacanza a Tagliacozzo, artigliere nella Collegiata di San Quirico d’Orcia dove sceglie per la sua vita la storia dell’arte davanti alle tarsie di Barili, ai Tatti con Bernard Berenson, al Tasso con Roberto Longhi, a Los Angeles con Paul Getty, a New York con Wildenstein e Greta Garbo. “Certe volte mi sembra di essere un dannato della memoria non per il lavoro che faccio, milioni di quadri, milioni di immagini, ma perché ricordo dentro di me praticamente tutta la mia vita giorno per giorno”.

Non manca in Rai lo Zeri che parla di libri e film: nel 1988 è con la Divina Commedia a Una sera un libro di Antonio De Benedetti su Rai 3; nello stesso anno, su Prisma del Tg1 dice la sua sull’Ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese; nel ‘92 Corrado Augias lo vuole a Babele di Rai 3, prima su Oblomov, poi sul Kamasutra; nel ’94 è a La biblioteca ideale di Franco Scaglia, sempre su Rai 3, con Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino; nel ‘95 è la volta di Enrico Ghezzi con Barry Lindon di Stanley Kubrick.

Sulla Rai 3 di Angelo Guglielmi andava in onda il sabato in seconda serata, tarda, un programma che Gloria De Antoni e Oreste De Ferrari, autori e conduttori, definivano un anti-varietà, Magazine 3, un’ora di parole, non talk show, non interviste, pura conversazione. Per dieci puntate, nella primavera del ’93, a conversare ci fu anche Zeri. Un esempio: “De Antoni parla con il critico d’arte Federico Zeri del rapporto di coppia, della seduzione, del tradimento”, si legge nella scheda del programma alla data del 15 maggio. Da non perdere la puntata dell’8 maggio con Daniele Luttazzi che “ricostruisce in una scheda filmata l’albero genealogico di Zeri”.

C’è più di una sorpresa alla voce Zeri di Rai Teche. Nel ’97 lo troviamo in una fiction: Ugo Gregoretti lo ha voluto in un cammeo nel suo Il conto Montecristo, il romanzo di Dumas liberamente trasferito ai giorni nostri. Nel ’94 è nell’Aula Magna della Sapienza di Roma, non per una lectio ma per Il Laureato di Piero Chiambretti, e lì disserta in libertà, dice tutto il male possibile del sistema universitario e intona motivi inglesi e stornelli romani. 
Alla data del 16 marzo 1992 il catalogo Rai ce lo dà addirittura in Tribuna elettorale: Zeri è lì, con Sofia Ventura, a rappresentare la lista Sì Referendum; tra i giornalisti che lo intervistano c’è Antonio Tajani per “Il Giornale”. Era tra i candidati, nella lista guidata da Massimo Severo Giannini: meno dell’1%, neppure un seggio. 
Non può mancare la laurea honoris causa dell’Alma Mater, che è in tutti i telegiornali, e, in integrale, su RaiSat Art.  Bologna, febbraio 1998, Aula Magna dell’Università stracolma, Zeri: “… sono profondamente onorato di questo anello che è troppo bello perché io lo porti tutti i giorni, magari lo metterò la domenica e alle feste comandate”.

Il 4 ottobre 1999 RaiSat Art gli dedica il palinsesto del canale per un’intera giornata: Tutto Zeri. Siamo a un anno dalla sua scomparsa, e non sarà l’unico programma antologico che gli dedicherà quel canale: cinque puntate di Indagini con Zeri nel 2004 e altre sette nel 2006. E nel 2000, sempre su RaiSat Art, I marmi di Zeri: un’ora con le sue sculture e tanti amici, da Mario Scaglia ad Anna Ottani Cavina che rievoca lo Zeri viaggiatore, in Siria nel 1988: “Si muoveva fra le rovine di Palmira come se ancora fossero intatte e come se ci avesse sempre abitato”.

E siamo allo Zeri di Gianni Ippoliti, lo Zeri con cuffietta e bavarola, accessori a cui si arriva per gradi.
Sono tre le serie di Zeri con Ippoliti, sempre su Rai 3. Si comincia con Q come cultura ovvero Catastrophes: Zeri è lì, collegato da casa,19 volte tra l’autunno del ‘92 e la primavera del ’93. “Conversazione ironica tra lo storico dell’arte Federico Zeri e un’anziana signora romana”, si legge sul catalogo delle teche. I temi più diversi: la Cena in Emmaus di Caravaggio, Petrolio di Pier Paolo Pasolini, il melodramma italiano, il primo amore, l’istruzione, la cultura, i modi di cucinare. Con barzellette.
Nell’autunno del ’93 è a Processi somari, sempre in collegamento da casa, non più sul divano, ma da una finta trincea, in elmetto e divisa militare.
A Spazio Ippoliti Zeri è “in costume da neonato”: otto volte nella primavera del ’94. Dalla scheda del 9 maggio: “Il critico d’arte Federico Zeri, nei panni di un poppante, risponde ironicamente alle domande di un attore nei panni di Sigmund Freud, mentre da un’attrice si fa servire la pappa”. La sera prima era su Rai 1, davanti al Giudizio della Sistina.

“Sono stato sedotto dall’idea di lottare contro la società dello spettacolo utilizzando le sue stesse armi, scriverà in Confesso che ho sbagliato. Ci si immagina sempre di poter denunciare qualche verità attraverso le mascherate,e debbo dire che in questo campo non mi sono frenato. Rispondendo alle buffonate con le buffonate, non ho esitato a travestirmi, ad apparire in scenari assurdi. Confesso una certa insoddisfazione riflettendo su quello che ho fatto”.

A Zeri piaceva andare in televisione, ma dal mezzo non si è fatto usare, l’ha usato. Non si è mai accomodato sulla poltrona di un salotto televisivo. Il più delle volte ha parlato dalla sua scrivania in giacca e cravatta. Allo Speciale sui falsi Modigliani non partecipa in studio con gli esperti, ma da casa, con i figli del giardiniere accanto.

Quando è andato in studio, a Mixer, ha fatto filologia sulla scultura antica, su Maso di Banco, sul Barocco, in tunica con paillettes, in camicione, in palandrana, in caffettano. Era invece in doppiopetto in mezzo ai rifiuti sulla via Appia (Federico Zeri e la Via Appia, 1974), alla sua prima televisiva, 54 anni; all’ultima, 77 anni, in un pesante cappotto, tra le pietre del terremoto. È andato sul posto, tutte le volte che ha potuto. Era questa la televisione che più gli piaceva fare.

Per Non solo Assisi, ogni mattina era puntualissimo sul set, e non era cosa da poco: veniva e tornava a Mentana, cinque ore di viaggio ogni giorno. E sul posto non si risparmiava. A Camerino voleva entrare nella chiesa più colpita dal sisma, Santa Maria in Via, ma era impraticabile e i vigili del fuoco non lo consentirono. A Fabriano, invece, ci fu permesso di entrare, col casco, in San Nicolò e nel Duomo: sapeva del Guercino, del Gentileschi, del Salvator Rosa tutt’altro che al sicuro, ancora lì a due mesi dalle prime scosse, ma non gli bastava saperlo, voleva rendersi conto personalmente della situazione. Portarlo su, a Montesanto di Sellano, fu impossibile, arrivarci era un’impresa, ma soprattutto, una volta lì, si trattava di camminare su un cumulo di macerie. Quando vide il girato rimase sconvolto. Conosceva bene quel paese, c’era andato trentenne, nelle sue peregrinazioni umbre, e l’aveva trovato “in pessime condizioni ma di straordinaria bellezza”. Nella chiesa, che le riprese gli mostravano sventrata e che aveva visto “come l‘avevano lasciata i secoli”, aveva trovato una Natività che si sentì di attribuire a Beccafumi. Da allora quella tavola, che si conserva nel museo diocesano di Spoleto, è nel catalogo dell’artista senese che gli era particolarmente caro.

Quel viaggio era nato dalle sue ansie, dalle domande che si poneva, dalla sua visione del dramma: il problema non erano solo i monumenti insigni ma il tessuto storico e figurativo, vario e diffuso, ed era quello che andava salvato se si voleva conservare il carattere eccezionale di quell’area devastata dal sisma. Si lamentava di continuo delle notizie frammentarie e manchevoli sulla stampa e in televisione, rispetto agli allarmi che gli giungevano dai luoghi. A preoccuparlo non era il pencolante torrino ottocentesco del palazzo comunale di Foligno, di cui parlavano i telegiornali, ma i quadri della pinacoteca che erano stati sistemati nel ‘soffittone’ che gli stava sotto.
Non restava che andare a vedere: che cosa era accaduto, che cosa si era perduto, che cosa c’era ancora. Disse subito di sì. E lo disse pure, nel corso della sua “carriera” televisiva, per il Palazzo Reale di Milano, per le ville del Tuscolo e per tante altre ferite aperte nel paesaggio e nel patrimonio.

Lo faceva per missione? per apparire in tv? Lo faceva perché gli stava a cuore. Ci sarebbe andato, in quei posti, e ci andava, anche da solo, per sé, e poi magari ci scriveva un articolo per “La Stampa” o dava un’intervista a “la Repubblica”. Sapeva di possedere un carisma comunicativo. E chi faceva televisione sapeva che lui bucava il video. Aveva uno zoccolo duro, per cui a mezzanotte riusciva a fare anche un milione di telespettatori.

Ha usato la tv come megafono, per raggiungere la platea più vasta possibile. Lo ha fatto andando sul posto e lo ha fatto dalla scrivania, nel suo studio, ricoperto dai contenitori in cuoio marocchino della sua celebre collezione di fotografie che oggi si trova alla Fondazione Federico Zeri, istituita nel 1999 dopo il suo lascito all’Università di Bologna.

Dalla televisione ha alzato la voce per far conoscere problemi vecchi e nuovi come il passo lentissimo nella catalogazione dei beni culturali, gli abusati e rischiosi viaggi delle opere d’arte, le mostre blockbuster, l’uso distorto dei musei che cominciavano allora ad aprirsi a balletti, concerti, cene di gala e sfilate di moda. Parole che sapeva sarebbero rimaste inascoltate, ma a lui premeva che quei problemi non restassero nel recinto degli specialisti e delle burocrazie.

In quello studio si è fatto ritrarre al lavoro, tra libri, carte, fotografie, in sequenze che ci danno un’idea del suo metodo di ricerca. Altro tassello del puzzle televisivo di Federico Zeri. Un puzzle che non ha pari. Non c’è, infatti, storico dell’arte italiano del ‘900 di cui esista una documentazione audiovisiva di tale entità. E fatta non di interviste e registrazioni di discorsi, ma soprattutto di partecipazioni, di presa diretta. Ai documenti della Rai vanno poi aggiunti altri lavori come la conversazione con Pierre Rosenberg (Federico Zeri in casa con Pierre Rosenberg, Allemandi, Torino1993) e le interviste di Marco Dolcetta.

Rivedere lo Zeri televisivo? E vederlo per la prima volta? Che cosa può dire alle nuove generazioni di storici dell’arte? Di certo, nello Zeri degli archivi Rai non manca della sua lezione la consapevolezza della responsabilità civile dello storico dell’arte; il richiamo alla storicità, al contesto storico dell’opera; la dimensione reale del mestiere, la sua materialità, il rapporto diretto, fisico, con la cosa.

Mercoledì 14 ottobre 1998 saremmo andati a girare al Quirinale dove veniva esposto un quadro che Zeri amava al punto da definirlo il più bel ritratto di tutti i tempi, La dama con l’ermellino di Leonardo. A quell’appuntamento, si sarebbe presentato con la lampada di Wood. Peccato. Due giorni prima ci ha detto addio.


Nell'immagine della testata: Federico Zeri nel laboratorio di restauro della COOBEC a Spoleto mentre si preparano le riprese del documentario Non solo Assisi; di fronte  a lui Nino Criscenti lo sta fotografando (novembre 1997).